GIORGIO ORTONA

Antologia critica

Salvatore Trapani
Di fronte alla Shoah
corsiero editore


L'opera di Giorgio Ortona, artista ebreo, Senza titolo (2013) mette in mostra cinque internati di un lager, riconoscibili dall'uniforme a strisce, appartenenti al gruppo degli asociali (hanno il triangolo nero), coloro i quali appunto costituivano una minaccia ai valori ideologici della famiglia nazista. Con il triangolo nero, furono contrassegnati nei lager psicotici, i senza tetto, gli alcolisti, i fannulloni, le prostitute, gli anarchici e le lesbiche.' Ben presto anche i così detti "zingari" (Sinti e Rom) ricevettero lo stesso triangolo. Ortona traccia uno scenario umano in bilico - per quel triangolo tra passato e presente, segnalando in quel frangente l'amara concomitanza tra disprezzo nazista, per quelle categorie, con il medesimo disprezzo, ancora presente, nelle nostre società. Le figure dell'opera sono rivolte verso lo spettatore, interrogandolo da una mostra in memoria della Shoah sul senso della Storia, che va abbracciata tutta, altrimenti "ricordare" si trasforma in un vacuo esercizio. Insistendo sull'opera, due figure tra le presenti continuano a colpirci: le due centrali, realizzate in modo particolareggiato. Una porta un paio di occhiali e sorregge con un braccio, quasi a sostenerlo anche psicologicamente, il compagno alla propria destra. Tanto più lo sostiene, tanto più ci pare un manifesto della dignità umana, sotto gli occhi dello spettatore, davanti all'opera. Sia sopravvissuti allo strenuo nel momento della Liberazione davanti ai loro liberatori, sia in rassegna per gli aguzzini durante una selezione degli abili sugli inabili, sia scherniti oggi in categorie stigmatizzate nelle nostre società essi, proprio in quella diade sorreggere - sorretti, si pongono come resistenti in nome di un principio alto e indistruttibile: la dignità umana, che resta in piedi e a testa alta a dispetto di ogni violenza, umiliazione e razzismo. Il ponte tra passato e presente occupa una percentuale di rilievo nel bilancio generale sulla produzione d'arte della contemporaneità in riferimento alla Shoah. Non si tratta di paralleli morali, che spesso sono incresciosi e grossolani e per questo inutili nel sovrapporre la Shoah a fatti di estrema brutalità del presente. Si tratta invece, come in Giorgio Ortona, di mettere in luce la continuità dei meccanismi mentali del passato ancora in perfetta salute nel presente, passivi di fronte agli annosi pregiudizi e a nuove violenze, se non forieri di tali pregiudizi e violenze, sebbene la Shoah si commemori Ogni società ha stabilito le sue regole e in nome di esse ha giustificato atti terrificanti, per fortuna i processi dialettici dell'arte, tesi al dialogo anche forte, hanno attraversato quei periodi memori del vissuto. I sopravvissuti ci sono riusciti, pur nella difficoltà di trovare formule esplicative. Ci possiamo riuscire anche attraverso gli artisti empatici. Chi visita un campo di concentramento o ascolta il racconto di un testimone, chi vede un documentario sul tema, accetta di correre il rischio: rimanere afflitto e affezionato. Un effetto che può avere mille differenti fenomenologie, tranne quella del dolore delle vittime. E piuttosto farsi carico di quel dolore per trasmetterlo.
Da questa empatia può nascere, in senso di rispetto e riflessione, un'opera d'arte. Un regista empatico, Steven Spielberg, vinse l'Oscar per Schindler's List (1993), l'avvincente e triste storia di Oscar Schindler e degli ebrei che riuscì a salvare, nella Cracovia occupata dai nazisti. Spielberg ci fa ben comprendere che l'arte è scappatoia all'oblio. Il tempo cancella purtroppo tutto, e noi dobbiamo riuscire a combattere il suo effetto più devastante - spesso indotto ovvero la dimenticanza.
La memoria deve potersi appoggiare agli artisti empatici non per conferme ma per rielaborazioni mature sull'Olocausto. La rielaborazione, appunto, può servire al riferimento storico, aprendo fronti peculiari su un ampio orizzonte, non in virtù di paragoni, come detto, ma di confronti. Sarà meglio incominciare ad accettare come arte della memoria anche quella degli empatici, di una memoria non diretta, e non per questo da deprezzare. Anzi il suo merito è di essere frutto di comprensione da parte artistica di un tema nodoso e difficile. Vi è un altro fattore pro empatici: la lettura del passato e la sua interpretazione con gli strumenti acquisiti dalla conoscenza storica degli avvenimenti narrati. La storiografia, infatti, si apre di continuo a nuove ipotesi, per confermarle se corroborate da documentazioni incontrovertibili. Conoscere meglio il passato, perché ci aiuta nel presente? Perché ci fornisce nuovi strumenti analitici, evolutivi e sociali, nel confronto con pagine storiche spesso fin troppo affini alla contemporaneità. Analisi e comprensione possono dunque diventare strumenti fortemente didattici, nell'interpretazione; che in arte diventa opera, affermazione di un principio.
Siamo nel terreno fertile della dialettica. Gli artisti che si opposero ai nazionalismi negli anni ancora precedenti al primo conflitto mondiale, su che cosa basarono le fastidiose premonizioni che trovarono forma in quelle visioni confuse e claustrofobiche dello spazio espressionista? Si basarono sull'esperienza di schemi storici precedenti, forniti dall'analisi, uniti alla tecnologia nascente pubblicizzata come miracolosa, portati con finezza espressiva alle estreme conseguenze.
Un allarmismo profetico, che come si vedrà nell'appendice di questo volume, non ha tardato a inverarsi. L'arte sta così tra certezze e premonizioni, poiché non si basa che su originali filosoficamente ed empiricamente ricostruiti, e messi in corsa su strade non brevettate, sotto gli occhi di tutti.
Gli empatici sono coloro che non vogliono dimenticare l'esperienza vissuta da altri individui come loro, ma in un'epoca precedente. Auschwitz è un comune evento storico tragico, che s'impone come autocoscienza per la contemporaneità, in un processo di umana umiltà.

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